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Cibo e vino

Pecorino di Farindola: il formaggio unico al mondo fatto col caglio di maiale

Storia, tradizione e tecnica del Presidio Slow Food dell'Abruzzo orientale, prodotto solo da donne sul versante del Gran Sasso

·13 min
Forme di Pecorino di Farindola stagionate su assi di legno con crosta color zafferano e tipiche striature delle fuscelle di vimini

C'è un formaggio in Abruzzo che è probabilmente unico al mondo. Non per la stagionatura, non per la razza ovina, non per le erbe del pascolo — per il caglio. Il Pecorino di Farindola si fa con caglio di maiale, non di vitello come tutti gli altri pecorini italiani ed europei. È l'unico caso in Italia, e con ogni probabilità nel mondo, di formaggio ovino prodotto con caglio suino. Una tecnica che viene dalla cucina romana — gli antichi Vestini, popolo italico stanziato proprio in questo territorio, producevano il Caseus Vestinus con la stessa metodologia — e che è sopravvissuta nei secoli grazie alle donne di Farindola, custodi della ricetta tramandata da generazioni di pastorizia familiare.

Oggi il Pecorino di Farindola è Presidio Slow Food dal 2002, prodotto in quantità limitatissime da poche aziende artigiane in nove comuni delle province di Pescara e Teramo, sul versante orientale del Gran Sasso. Non è DOP, non è IGP, ma è un prodotto che riassume tutto ciò che la gastronomia abruzzese sa fare meglio: storia profonda, tecnica unica, materia prima locale, scarsa produzione, qualità altissima. In questa guida vi raccontiamo tutto: cos'è, come si fa, perché è così speciale, dove acquistarlo, come degustarlo.

Pecorino di Farindola sulle montagne abruzzesi

Cos'è il Pecorino di Farindola

Il Pecorino di Farindola è un formaggio a pasta dura di latte ovino crudo, prodotto esclusivamente nell'area collinare-montana del versante orientale del massiccio del Gran Sasso, in gran parte all'interno del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Le forme sono di dimensioni medie (1,5-3 kg), di forma cilindrica con scalzo dritto, crosta che varia dal giallo paglierina al marrone scuro con la stagionatura.

La caratteristica che lo rende unico è l'utilizzo del caglio di maiale al posto del comune caglio di vitello o agnello. Questa scelta non è un dettaglio tecnico: trasforma completamente il prodotto. Il caglio suino conferisce al formaggio:

  • Un aroma deciso, piccante, leggermente muschiato, distintivo e non confondibile con altri pecorini italiani.

  • Una pasta granulosa ma sempre umida, anche quando il formaggio è stagionato oltre l'anno: è la "firma" tattile del Pecorino di Farindola, una pastosità che non si trova in altri pecorini.

  • Un sapore lievemente piccante che si sviluppa con la stagionatura e che racchiude tutti gli aromi del pascolo abruzzese.

La storia: dai Vestini ai giorni nostri

La produzione di formaggio con caglio di maiale è un'antichissima tecnica documentata già in epoca romana. Gli storici e gli agronomi latini parlavano del "Caseus Vestinus", il formaggio dei Vestini — popolazione italica stanziata proprio nel territorio dell'attuale Abruzzo settentrionale, tra Penne, Pescara e la valle del Tirino. La tecnica del caglio suino era probabilmente diffusa in altre aree dell'Italia centrale, ma è solo a Farindola — piccolo paese a 530 metri di quota sulle pendici del Gran Sasso orientale — che è sopravvissuta ininterrotta fino ai giorni nostri.

Nel Medioevo e in età moderna, Farindola era un centro pastorale di rilievo: il suo patrimonio ovino era notevole grazie ai vasti pascoli pubblici del Gran Sasso e del Voltigno, e il suo formaggio era oggetto di scambi sui mercati più importanti della zona — Penne (storica città vestina) e Loreto Aprutino — dove era molto apprezzato. La produzione era familiare, gestita esclusivamente dalle donne di famiglia, depositarie della ricetta del caglio suino.

Il quasi-scomparire del dopoguerra

Lo spopolamento dell'Abruzzo interno nel dopoguerra ridusse drasticamente gli allevamenti ovini. Negli anni '60-'70, con l'emigrazione di massa verso Roma, Milano, la Germania e la Svizzera, intere famiglie pastorali abbandonarono la pastorizia. Il Pecorino di Farindola si ridusse progressivamente a prodotto per autoconsumo: solo poche famiglie continuavano a produrlo per il consumo proprio, senza commercializzazione. Negli anni '90 si era quasi sull'orlo della scomparsa: pochissimi produttori, nessuna struttura organizzativa, mercato inesistente.

Il salvataggio Slow Food (2002)

Nel 2002, la Fondazione Slow Food costituì il Presidio Slow Food del Pecorino di Farindola, identificando inizialmente sette produttori storici ancora attivi e definendo un disciplinare di produzione che codificava le tecniche tradizionali. Il riconoscimento Slow Food fu decisivo: portò visibilità nazionale, l'attenzione di chef e ristoratori di livello, la valorizzazione economica del prodotto che permise ai produttori di continuare l'attività, e l'arrivo di nuove generazioni in alcune famiglie pastorali.

Oggi il Presidio aggrega un piccolo numero di produttori (storicamente attorno alla decina), tutti con produzioni limitate e attente. Il Pecorino di Farindola è anche iscritto nell'elenco dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT) italiani gestito dal MASAF, ma non ha ottenuto la DOP o l'IGP — processo che richiederebbe risorse organizzative significative per un Presidio così piccolo.

I nove comuni di produzione

Il disciplinare del Presidio Slow Food delimita la produzione del Pecorino di Farindola a nove comuni sul versante orientale del Gran Sasso:

Provincia di Pescara (sei comuni)

  • Farindola — il comune-centro, da cui il nome del formaggio.

  • Montebello di Bertona

  • Villa Celiera — tra l'altro paese-centro della tradizione degli arrosticini abruzzesi.

  • Carpineto della Nora

  • Civitella Casanova

  • Penne — antica città vestina, mercato storico del formaggio.

Provincia di Teramo (tre comuni)

  • Arsita

  • Bisenti

  • Castelli — tra l'altro celebre per la ceramica IGP.

L'area è tutta sul versante orientale del massiccio del Gran Sasso, con pascoli che si estendono in altitudine dai 400 metri delle colline pedemontane fino oltre i 1.500 metri delle praterie d'altura del Parco Nazionale. È un territorio segnato da boschi di querce e faggi, prati e pascoli ricchi di essenze aromatiche, climi freschi anche in estate, presenza diffusa di stazzi di pastorizia tradizionale.

Il caglio di maiale: il segreto unico al mondo

La produzione del caglio suino è la parte più delicata e identitaria dell'intera lavorazione. È un'operazione che si svolge tradizionalmente nei mesi invernali in coincidenza con la macellazione del maiale di famiglia (epoca legata al freddo, necessario per la conservazione tradizionale delle carni suine). Le donne di famiglia ricevevano in eredità non solo la ricetta, ma anche gli utensili (madie, fiscelle, vasi di ceramica) e i tempi precisi.

Come si prepara il caglio suino

Il processo dura circa quaranta giorni:

  1. Si selezionano parti specifiche dello stomaco del maiale (in particolare la sezione corrispondente al ventriglio), preferibilmente di un animale giovane di ottima qualità alimentare.

  2. Le parti vengono pulite, lavate ed essiccate al fresco per alcuni giorni.

  3. Si mettono in infusione in una miscela di sale, aceto, vino bianco e spezie (le proporzioni esatte sono tradizione di famiglia, ogni produttrice ha la propria ricetta).

  4. L'infusione dura circa quaranta giorni, in luogo fresco, con rimescolamenti periodici.

  5. Al termine, il caglio è pronto per essere utilizzato nella caseificazione delle stagioni successive. Si conserva nei suoi stessi liquidi di infusione, in barattoli di vetro o ceramica, anche per mesi.

Il risultato è un caglio dall'aroma intenso e complesso, con note speziate e leggera nota animale, completamente diverso dai cagli industriali di vitello (che hanno aroma neutro e azione enzimatica più rapida). Il caglio suino lavora più lentamente sul latte, consentendo una cagliata più strutturata, e durante la stagionatura continua a contribuire all'aroma del formaggio.

La produzione: prerogativa femminile

Un aspetto che la Fondazione Slow Food sottolinea con forza è che la produzione del Pecorino di Farindola è storicamente prerogativa delle donne. Sono le donne di famiglia — mogli e figlie dei pastori, ma anche figure indipendenti che gestiscono allevamenti propri — a controllare ogni fase: dalla mungitura alla caseificazione, dalla salatura alla stagionatura, fino alla cura dei formaggi nei mesi successivi. Gli uomini si occupano del pascolo, della tosatura, della macellazione e del lavoro nei campi; il formaggio è "affare di donne".

Questa divisione del lavoro — che ha radici antichissime e si ritrova in molte tradizioni pastorali del Mediterraneo — è ancora oggi rispettata nelle aziende familiari del Presidio. Le ricette del caglio, i tempi della cagliata, i ritmi della stagionatura passano di madre in figlia in una catena di trasmissione orale che è essa stessa parte del valore culturale del prodotto.

Mani di un produttore  mentre lavora delle forme di Pecorino di Farindola

La caseificazione passo per passo

Il latte

Si utilizza esclusivamente latte di pecora crudo, munto a mano da ovini allevati allo stato brado per gran parte dell'anno. Le razze ammesse sono diverse, incluse razze incrociate, purché derivino dall'autoctona Pagliarola Appenninica o da incroci con razze da latte o carne tradizionali. L'alimentazione è strettamente vincolata: pascolo, fieno, paglia, mais, orzo, grano, fave — tutti alimenti della tradizione locale, banditi mangimi industriali e insilati.

È ammessa solo la "transumanza verticale": cioè il soggiorno estivo nelle zone montane dell'area DOP (i pascoli alti del Gran Sasso), ma non lo spostamento a transumanza orizzontale verso il Tavoliere delle Puglie o altre regioni. Le pecore devono essere allevate stabilmente nell'area di produzione per tutto l'anno, perché solo così il latte trasmette al formaggio gli aromi caratteristici delle varietà botaniche indigene del Gran Sasso.

La caseificazione

  1. Il latte appena munto viene riscaldato a 35°C in caldaia di rame o acciaio.

  2. Si aggiunge il caglio suino in piccolissima quantità (poche gocce per litro di latte).

  3. La cagliata si forma in circa 30-40 minuti.

  4. Si effettua la rottura della cagliata con un attrezzo apposito (spino) fino a ottenere grani della dimensione di un chicco di mais.

  5. La cagliata viene estratta dalla caldaia e disposta nelle fiscelle di vimini, stampi tradizionali che disegnano sulla superficie del formaggio le caratteristiche striature parallele — la "firma" visiva del Pecorino di Farindola.

  6. Le forme vengono pressate manualmente per favorire lo spurgo del siero.

La salatura

Entro quarantotto ore dalla caseificazione, le forme vengono salate a secco con sale grosso strofinato sulla superficie. Non si usa salamoia. Le forme restano salate per 24-48 ore, poi vengono strofinate per rimuovere il sale eccessivo.

La stagionatura nelle madie di legno

Le forme vengono poste a stagionare in vecchie madie di legno — antichi mobili di castagno o noce un tempo usati per impastare il pane, oggi ereditati dalle nonne e adattati alla stagionatura del formaggio. Le madie creano un microclima ideale: umidità costante, ventilazione naturale, scambi aromatici col legno secolare.

La stagionatura minima da disciplinare Slow Food è di 3 mesi, ma le forme migliori possono affinare per oltre un anno. Durante la stagionatura, la crosta viene periodicamente unta con una miscela di olio extravergine di oliva e aceto (alcuni produttori aggiungono succo di pomodoro), che protegge dalla muffa, mantiene la pasta umida internamente e contribuisce all'aroma. Con il tempo la crosta passa da giallo paglierino a color zafferano, fino a tonalità marroni nelle forme molto stagionate.

Le caratteristiche organolettiche

Il Pecorino di Farindola ha caratteristiche organolettiche distintive a ogni stadio di stagionatura.

Fresco (3-4 mesi)

Pasta morbida, color bianco-paglierino, leggermente granulosa al taglio, profumi delicati di latte fresco e fieno. Sapore equilibrato, lievemente piccante, già caratteristico per gli aromi muschiati del caglio suino. Crosta giallo paglierina, sottile.

Mezzano (6-9 mesi)

Pasta più asciutta ma sempre umida, granulosa, color giallo paglierino acceso. Profumi intensi di erba, fieno, lievi note di nocciola tostata e di terra di bosco. Sapore deciso, piccante moderato, persistente. Crosta dorata-zafferano.

Stagionato (oltre 1 anno)

Pasta più friabile, granulosa, sempre umida grazie alla tecnica del caglio suino. Color giallo intenso, con cristallizzazioni di tirosina visibili. Profumi complessi, muschiati, balsamici, con note di sottobosco e fieno secco. Sapore piccante deciso, lunghissimo, con note di pepe nero e nocciola tostata. Crosta marrone scuro.

Come gustare il Pecorino di Farindola

Da solo, a temperatura ambiente

Il modo migliore: tagliato a scaglie o a tocchetti, lasciato ammorbidire per 30 minuti a temperatura ambiente, accompagnato da pane casereccio abruzzese e miele di castagno o di acacia. Le note salate-piccanti del formaggio si bilanciano perfettamente con la dolcezza del miele.

Con il pane unto

Tradizione abruzzese: pane casareccio scaldato sulla brace, bagnato con olio EVO del territorio, e una scaglia di pecorino di Farindola fresco o mezzano in cima. Sostituisce egregiamente la più nota bruschetta con il pomodoro.

In cucina

Il Pecorino di Farindola mezzano e stagionato si presta a usi gastronomici molto specifici:

  • Grattugiato su pasta alla chitarra al ragù di castrato (piatto-bandiera della cucina teramana).

  • A scaglie in insalate di radici amare (radicchio rosso, cicoria di campo) con noci e miele.

  • In dadini nelle pallotte cacio e ova, polpette tradizionali abruzzesi senza carne.

  • Fuso in zuppe rustiche di legumi (zuppa di ceci e castagne, virtù teramane).

Abbinamenti vino

Il pecorino di Farindola fresco/mezzano si abbina bene con Trebbiano d'Abruzzo giovane o Pecorino DOC (il vitigno bianco autoctono, non confondibile col formaggio omonimo). Lo stagionato richiede vini più strutturati: Montepulciano d'Abruzzo giovane, oppure vini rossi maturi (Montepulciano Riserva, vini rossi di Loreto Aprutino). Per gli amanti dei vini da meditazione: passiti abruzzesi o vin santo.

Quanto costa e dove si compra

Il Pecorino di Farindola Presidio Slow Food ha prezzi che riflettono la lavorazione artigianale e la produzione limitata:

  • Fresco (3 mesi): 22-28 € al chilo.

  • Mezzano (6-9 mesi): 28-35 € al chilo.

  • Stagionato (oltre 1 anno): 35-50 € al chilo.

Sono prezzi superiori a quelli dei pecorini sardi o toscani DOP, ma giustificati dalla produzione veramente artigianale, dalla tiratura limitata (poche centinaia di forme l'anno per produttore), dalla complessità della lavorazione del caglio.

Canali di acquisto

  1. Direttamente dai produttori Slow Food di Farindola e dei comuni del Presidio. Sono pochi, riconoscibili dal logo Slow Food in confezione, e accolgono spesso visitatori per dimostrazioni e degustazioni in azienda. Lista aggiornata sul sito della Fondazione Slow Food (sezione "Presidi").

  2. Mercati di Farindola, Penne, Loreto Aprutino e dei comuni del Presidio — ancora oggi luoghi di scambio storico dove trovare il prodotto fresco direttamente dai produttori.

  3. Negozi gastronomici specializzati in Abruzzo (Pescara, Teramo, L'Aquila) e in tutta Italia, specialmente nelle catene di prodotti tipici e nelle gastronomie di livello.

  4. Online: numerosi e-commerce italiani spediscono il Pecorino di Farindola in tutta Italia con consegna refrigerata. Verificate sempre il marchio Presidio Slow Food in etichetta.

Diffidate dei prodotti generici "pecorino abruzzese" o "pecorino del Gran Sasso" venduti a prezzi molto bassi: non hanno tutela giuridica e quasi sicuramente non utilizzano caglio suino.

Domande frequenti

Il Pecorino di Farindola è DOP?

No. È Presidio Slow Food dal 2002 e PAT (Prodotto Agroalimentare Tradizionale) italiano. Non ha ottenuto la DOP o l'IGP, anche perché il Presidio è piccolo e l'iter DOP richiederebbe organizzazione e risorse significative. La tutela Slow Food, comunque, definisce un disciplinare rigoroso e garantisce la tracciabilità.

Perché si usa il caglio di maiale invece di vitello?

La risposta esatta storica si è persa nei secoli, ma le ipotesi più accreditate sono due. Pragmatica: in una società pastorale che allevava molte pecore ma anche maiali da macellare in inverno, era razionale utilizzare le interiora suine per il caglio, riservando i vitelli per altri usi. Tradizione romana: i Vestini producevano già il Caseus Vestinus con caglio suino in epoca antica; la tecnica è sopravvissuta come marcatore identitario locale. Probabilmente entrambe le ragioni hanno contribuito.

Si può mangiare se non si mangia carne di maiale?

Onestamente, no. Il Pecorino di Farindola contiene caglio derivato dal maiale: per le persone che non consumano carne di maiale per ragioni religiose (musulmani, ebrei osservanti) o etiche, è da escludere. Per i vegetariani in generale, va detto che tutti i pecorini "veri" usano caglio animale (di vitello o, in questo caso, di maiale); esistono "pecorini" prodotti con caglio vegetale (fermenti microbici, caglio di cardo), ma non sono prodotti tradizionali e non sono il Pecorino di Farindola.

Quanto dura una forma intera?

Una forma intera, ben confezionata sottovuoto o avvolta in carta paglia, si conserva in frigo (parte bassa, a 4-8°C) per diversi mesi. Una forma fresca per 2-3 mesi, una mezzana o stagionata anche per 6-8 mesi. Una volta tagliata, va consumata entro 3-4 settimane, sempre ben avvolta.

Come si distingue da un pecorino sardo o toscano?

Tre indicatori. Marchio: il vero Pecorino di Farindola ha il logo Presidio Slow Food in etichetta e indicazione esplicita "Pecorino di Farindola" (con la "F" maiuscola). Crosta: tipiche striature parallele lasciate dalle fiscelle di vimini, colore che vira dal giallo paglierino al marrone con stagionatura, segni dell'unzione con olio e aceto. Pasta: granulosa ma sempre umida (mai secca come il pecorino romano o il sardo stagionato), gialla con il tempo, profumi muschiati distintivi.

Posso visitare un produttore?

Sì, molti produttori del Presidio accolgono visitatori su prenotazione, soprattutto in primavera-estate. Le visite tipiche includono: spiegazione del caglio suino, dimostrazione della caseificazione, visita alle madie di legno per la stagionatura, degustazione di forme a diverse stagionature accompagnata da pane, olio e vini locali. Numerosi produttori sono anche agriturismi con possibilità di pernottamento e pasti.

Il Pecorino di Farindola si abbina alla cottura?

Sì, ma con cautela. Il fresco e il mezzano si fondono bene in piatti caldi (zuppe, pasta, pallotte cacio e ova). Lo stagionato è più indicato a crudo, perché la cottura tende a perdere parte degli aromi complessi che lo distinguono. Per grattugiare su pasta o gnocchi, usate un mezzano di 6-9 mesi: si grattugia bene e mantiene il sapore.

Lo posso trovare a Roma o Milano?

Sì, in gastronomie selezionate (Roscioli a Roma, Peck a Milano, Eataly, alcune botteghe Slow Food). I prezzi nei centri urbani sono leggermente più alti rispetto all'Abruzzo. Verificate sempre l'etichetta Slow Food in confezione.

Scopri il Pecorino con Stravagando

Il Pecorino di Farindola è uno di quei prodotti che si capiscono davvero solo andando nei luoghi di produzione: visitando una piccola azienda familiare di Farindola o di Penne, vedendo le madie di legno antiche, sentendo il profumo del caglio suino in lavorazione, gustando una scaglia di stagionato accanto al fuoco di una cucina di montagna. È un'esperienza profondamente abruzzese, lontana dal turismo gastronomico standardizzato.

Stravagando è il marketplace italiano dedicato a esperienze come queste: tour negli arrosticinifici storici, dimostrazioni di taglio della carne con macellai di tradizione, abbinamenti con cantine locali, partecipazione a sagre tradizionali, condotti da host locali selezionati uno per uno. Stiamo costruendo in queste settimane il nostro catalogo di esperienze in Abruzzo— inclusa — e nei prossimi mesi sarà possibile prenotare direttamente da qui.

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Per approfondire: la guida ai prodotti tipici d'Abruzzo; lo Zafferano dell'Aquila DOP; arrosticini abruzzesi (Villa Celiera, comune del Presidio, è anche capitale storica dell'arrosticino); e la guida al Gran Sasso e Monti della Laga, area di produzione.

Buon viaggio.

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